“…...Il quarantatrenne Danilo Buniva [...] dipinge con rigorosa perfezione i suoi incastri e/o sviluppi di morfologie geometriche varie e variate su singoli elementi in legno, appositamente studiati per essere poi combinati costruttivamente, ottenendo così un’imprevedibile astanza visiva delle composizioni….”

 Giorgio Di Genova, estratto dal libro “Percorsi d’arte in Italia”, a cura di Enzo Le Pera

 


 

Geometrie limpide, pulite, ed una gamma di sensazioni aeree che fissano il movimento in una calma siderale dove forma e colore sembrano sospesi al di là dell’atmosfera: a quale inusitato “universo possibile” pare introducano gli oggetti visivi immaginati ed elaborati tanto bene da Danilo Buniva come fosse un puntuale esercizio di “copia dal vero”? La mano fa la mente, la mente fa la mano, diceva Henri Focillon. E lo sguardo si immerge nello spettacolo dipinto: quadrati di tela, inserti di legno, fasce diagonali di colore disteso a patina omogenea, leggere variazioni di tono ed improvise sezioni di piano, ombreggiature allusive, profondità appiattite, spazi compressi ed intersecati, vibrazioni di linee-forza che bloccano l’energia in una sintetica unità compositiva. Ecco il potere di una immaginazione precisata nei punti cardinali di una metaforica rosa dei venti che pare sottratta alle variazioni infinitesime del tempo: ci si orienta in un mondo di sensazioni pure, come se le sarebbe configurate Kasimir Malevich tra l’inseguirsi nello spazio vuoto di forme semplici cristallizzate in infinite simmetrie. Il dinamismo vitale è implicito e tutto contenuto nelle creazioni di un autori che sembra affascinato esteticamente dal principio severo ed antiornamentale della poetica neoplastica: “lo stile è contemplare la verità in pace”.  Il ritmo dei colori e dei rapporti geometrici, la ricerca di una armonia nel movimento delle forme, traccia il percorso di una pittura volutamente esaltata per sé stessa e nella compattezza della sua pura esibizione. Buniva aderisce spontaneamente al rigore della astrazione estetica di cui cerca, come un rabdomante, i modelli esemplari nelle maggiori varianti novecentesche dell’avanguardia russa (Malevic, Tatlin) così come nell’ordine spirituale degli olandesi (Mondrian, Van Doesburg) e di altri nordeuropei (Moholy-Nagy, Albers) fino alle esperienze del colorismo dinamico francese (Delaunay, Herbin).  Meticoloso artigiano, Danilo Buniva concepisce il quadro come una scrittura affidata al musicale linguaggio della forma e del colore. Condensatore di emozioni, egli racchiude il suo mondo lirico in una trama di corrispondenze lineari dove ogni effusione cromatica è disciplinata da stesure di rosso, bianco e blu, con le mezze tinte inserite a chiusura ermetica dell’immagine. Le composizioni variano per appiattimenti e legature di piani che sovrabbondano e contornano la superficie tanto che il dipinto si presenta quasi sempre come oggetto da osservare su tre dimensioni allargando al supporto la suggestione visiva. Il potere simbolico della forma è suggerito dalla scomposizione cubista del volume: così che il cubo, la piramide, il parallelepipedo e l’ottaedro, si riconoscono nella intersezione superficiale di quadrati, triangoli, trapezoidi e a loro volta rinviano ad ulteriori costrutti che modellano lo spazio e lo aprono ai territori variabili della fantasia. Danilo Buniva ama numerare le opere compiute. E sorprende per qualità tra le altre la numero 44 (2011) con il semplice effetto ad incastro di una tela rettangolare a fondo nero attraversata da due triangoli colorati di rosso e di bianco, dove la superficie piana è ingannevolmente presentata con il rilievo ad ombreggiatura delle intersezioni lignee. L’oggetto così confezionato nella sua statica immobilità lascia trasparire una trattenuta pulsione energetica dei vettori al culmine dei triangoli bianchi e rossi: tanto che la composizione tende ad esplodere in una sottintesa girandola implicata dal dinamismo interno alla forma. In questo tipo di espressione mediata e rifinita all’estremo affiora la memoria inconscia delle architetture dipinte, da Balla a Fillia, che hanno popolato l’universo immaginario del futurismo italiano. Danilo Buniva ce ne offre un altro esempio eloquente quando dirige lo sguardo prospettico in profondità, e scava la superficie con l’inganno visivo della composizione numero 41 (2011) che cade in verticale verso il centro del quadro con quattro colonnati convergenti e sezionati da tasselli cromatici di rosso, viola, bianco e blu. L’effetto primario è quello di una vertigine generata dalla implosione visiva che stimola una percettività sintetica dello spazio fisico (il vettore delle forze) e chimico (il succedersi dei colori). Di fronte a questo agglutinarsi dello spazio ottico è difficile non pensare all’effetto straniante e vertiginoso provocato dal dinamismo d’insieme: pari a quello già elaborato in modo esemplare da Tullio Crali con “Incuneandosi nell’abitato” (1939), la magistrale opera di aeropittura futurista che descrive il volo in picchiata di un apparecchio militare tra i grattacieli di una metropoli visti in controluce dalla carlinga del pilota. Ecco perché la meticolosa astrazione geometrica perseguita da Danilo Buniva nel suo lavoro di pittore sembra fare il verso ad una sintomatica “copia dal vero”: la danza dei volumi puri, immersi nella luce artificiale, accentua la sensazione di partecipare ad un libero ed astratto volo nello spazio dove ogni regola di gravità si è rovesciata in un magnetismo-limite per l’esperienza umana. L’effetto ottico del rilievo e del controrilievo produce trasparenze luminose e facilita la compenetrazione dei colori in un intreccio variabile di incastri e sezioni angolari. Così è per la composizione numero35 (2007) dove un rombo quadro di tela dipinta mostra un succedersi di piani in apparente profondità di sovrapposizione ed intersezione: strisce diagonali gialle in assonometria, varie gamme di rosso (lacca, carminio, arancio) per superfici pieghevoli che incrociano altre direttrici verdi e blu su fondo azzurro chiaro, viola e marrone. La “scrittura” di Buniva procede nella serie di forme geometriche irradianti colore con sagomature a braccio, elementi uncinanti che fasciano la superficie, e a loro volta inducono lo sguardo al periplo visivo assecondando il movimento interno del quadro. Tonalità primarie e complementari si alternano in questa variopinta ed interminabile “biblioteca di Babele” che insegue il miraggio di un alfabeto primordiale dove si identificano segno e significato: anamorfosi, assonometrie, prospettive incrementano l’inganno visivo di una superficie cangiante dove il trionfo di accordi tonali squillanti si accompagna ad altrettanto impeccabili contrasti di colore. “il ritmo dei rapporti dei colori e delle misure fa comprendere l’assoluto nella relatività del tempo e dello spazio”: così Piet Mondrian affermava la sua mistica della pura forma contro ogni genere di impressionismo visivo. L’iper-geometria dipinta da Danilo Buniva parte dall’omaggio al rigore ascetico e minimalista di quella posizione estetica ma al tempo stesso se ne distingue per il bisogno di conservare nell’immagine il principio dinamico del movimento. Così la sua opera appare come la “scrittura totale” di un lungo racconto per figure ordinate dalla infinita ripetizione di forme simmetriche sempre mutevoli e sorprendenti. È il principio del caleidoscopio che la sua pura astrazione espressiva riesce a rendere visibile selezionando in superficie le diverse immagini riflesse dagli specchi angolati in rotazione continua: egli le ordina, le ricompone, le modella e campisce di colore, restituendo all’occhio una soddisfacente impressione di varietà e stati contemplativa. Si sa che in greco la parola “caleidoscopio” vuol dire “vedere bello”. Non a caso anche l’intreccio delle superfici plurime, degli spazi e degli spessori modulati e colorati ad arte da Danilo Buniva produce l’effetto estetico di uno spettacolare “bel vedere” cui lo sguardo  si affeziona come se si dovesse sempre ripetere senza la chiusa della parola “fine”.

Duccio Trombadori “un bel vedere che non ha fine”